marco

Mentre sto lavorando, sento il suono che annuncia l’arrivo di un messaggio sul mio telefono. Non sono solito buttarmi a vedere chi è, penso sempre che chiunque sia, se aveva urgenza di comunicare con me, avrebbe chiamato invece di scrivere, così, appena posso prendere una pausa dal lavoro, vedo di chi e di cosa si tratta. Il messaggio è di Marco Schiavi. Ci siamo conosciuti un paio di anni prima, in occasione di una sessione di ritratto. Un bell’uomo, elegante, con una zazzera bianca arricchita da un ciuffo un po’ ribelle, come lui. Una barba folta e lunghissima, incornicia un viso regolare, ha uno sguardo… guascone, ma sincero, dà l’impressione di essere simpaticamente avventato. Si vede che ha vissuto, anche se non riesco a definire la sua età, comunque di certo dimostra meno anni di quelli che realmente ha ed ispira subito simpatia e fiducia. Facciamo delle belle foto, dei ritratti in cui, a mio parere traspare il suo carattere, il modo di essere, poi ci sentiamo saltuariamente, ogni tanto qualche scambio su whatsapp, qualche like e qualche commento su un post, c’è sicuramente reciproca simpatia ma di certo non possiamo dire di essere proprio amici, direi al massimo due persone che si stimano vicendevolmente, o almeno così è per me. Mi fa piacere comunque che mi abbia scritto, sono contento di avere sue notizie, ma il tono del messaggio non è proprio allegro, ma non posso nemmeno dire che è triste o cupo o altro. Marco mi informa, con fare spiccio che è malato, fa un giro attorno al nome della malattia, ma non la nomina. Mi dice che sta facendo la chemio, che è provato, ma ottimista, che alterna momenti difficilissimi a momenti difficili, ma che la cura sta facendo effetto, anche se lo lascia svuotato. Non c’è vittimismo nel suo messaggio, nessun tentativo di suscitare compatimento, è asciutto e schietto, come lui. La sua proposta mi stupisce, ma per me questo è un segnale positivo, mi piace farmi sorprendere, mi dice: ti va di farmi qualche foto adesso? Sono molto cambiato nell’aspetto, la cura ha effetti evidenti sul fisico, la sua zazzera bianca non c’è più e la barba nemmeno, il volto ora è glabro, senza orpelli, fronzoli, nudo davanti alla malattia, faccia faccia con lei. Accetto subito, mi metto a disposizione, come spesso accade so da dove parto ma non so dove arriverò. Con il tempo ho imparato che ciò che conta non è la meta ma il viaggio. Metaforicamente partiamo un sabato mattina di fine novembre, ci vediamo a casa sua, una bella villa costruita dal nonno a fine 1800, mi viene incontro per primo Jack conte Brando von Schiavi Russel, per l’appunto un Jack Russel di nome Brando, non abbaia, aspetta, aspetta che il suo umano apra il portone per potermi annusare e fare conoscenza. Entro in casa, una location stupenda, mura che trasudano la storia della famiglia Schiavi che si mescola a quella dell’ Italia, cimeli, ricordi di viaggi esotici, oggetti di design, mobili, tutto parla di un antico agio, una ricchezza che il tempo e le vicende umane hanno lentamente eroso lasciando solo un sentore di ciò che era e non può più essere. Marco si muove da capitano della nave, con disinvoltura e affabilità, è un ospite amabile, non fa sfoggio, non ostenta, è una persona semplice e pacata. Parliamo pochissimo della malattia e poi iniziamo a fare le foto, facciamo un giro della casa da sopra a sotto, all’ultimo piano lo studio del padre, noto artista, con molte cose sue ancora lì dove le ha lasciate, fino allo scantinato pieno zeppo di pezzi vintage a due ruote, la passione di Marco che scova e poi restaura vecchi cimeli a motore e non. Tre ore volano, per ultimi facciamo dei ritratti vicino ad una finestra, siamo vicini, guardo gli occhi di Marco, occhi castani pieni di vita, questa volta sarà lui a vincere. Forza Marco. Queste foto sono state realizzate nel novembre del 2021, la prima fa parte del primo shooting. Ora Marco è guarito ed è tornato ad essere il leone ruggente di prima. Grande Marco, grazie

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